mercoledì 1 gennaio 2014

Canto laico di inizio anno per tanti che non ci sono più




E’ il nuovo anno.
Bisogna essere speranzosi e aspettare con un sorriso l’anno che arriverà, sicuri che il futuro porterà gioia, fortuna e tanta felicità.
Non mi viene.
Non per polemica verso la vita, a cui voglio bene pur se è così restia a regalare un po’ di soddisfazione alle umane genti, tutte pressate dalla mancanza di lavoro, denaro, idee.
No.
Ho un momento di tristezza retroattiva incredibile, insensata, illogica, fatta di colori sbiaditi e musica di Bowie che esce da una musicassetta, gracchiante dentro un qualche Renault 4 all’inizio di quei maledetti anni 80.
“Ground Control to major Tom…”
Io avevo poco più di 10 anni.
Non sapevo nulla, non capivo nulla, ma avevo la gente intorno a me che moriva.
Morivano tutti i giorni, morivano a manciate.
Morivano di pere.
Erano vittime dell’ignoranza cui erano costretti, delle esistenze troppo piene di cemento e aride di cielo, erano figli inutili di un popolo che aveva smesso di volersi bene.
Io giocavo in un parco, in quegli anni di mondiali vinti e Sandro Pertini e bambini che sparivano nei pozzi, e ricordo che una delle attrazioni morbose di noi pischelli strafatti di pallone era nascondersi dietro una siepe e sbirciare i ragazzi più grandi, che non giocavano più con la palla perché giocavano con le siringhe.
Li vedevamo seduti sul prato, con le clarck e i pantaloni a tubo da picchiatello, a tirarsi su le maniche di camicie colorate e bucarsi le braccia magrissime.
Noi ci sentivamo eroi che affrontavano il pericolo, perché stavamo assistendo al grande tabù, al male assoluto, a ciò da cui i grandi ci dicevano di scappare.
Infatti scappavamo.
Gonfi di paura davanti al male, al nulla, alla merda definitiva.
“This is major Tom to Ground Control…”
Faceva tanto caldo in quei giorni di luglio. Nel tepore della mia casetta c’era Paolo Rossi che gonfiava le reti che era un piacere, c’erano gli Spuntì al tonno che tanto mi piacevano e c’era Carlo Massarini che conduceva Mister Fantastic.
In quel giardino d’ingegneria invece no.
Non c’era nessun tepore, ma solo un grande albero di rusticani, con un grande nodo nel tronco.
In mezzo a quel nodo c’erano decine di siringhe piantate.
Ricordo quell’albero come fosse il simbolo di centinaia, migliaia di vite di ragazzi portate via dal nulla che erano le loro esistenze, tutte piene di racconti di immensità e di sguardi persi all’orizzonte, di amicizie indistruttibili e di sbarbine dolci come il mascarpone di questi giorni di Natale.
Non avevano una speranza capace di arrivare fino al mattino dopo.
Neanche una, cazzo.
Una generazione intera, o buona parte di essa, costretta a una sterile ribellione e lasciata senza le armi per decodificare la realtà, incapace di capire che la cultura dello sballo può essere una trappola che ti regala gioie effimere e ti ruba il futuro.
Se ne andavano a 25, a 20, a 16 anni…facendo una cosa che a me ora, nel pieno dei miei 40, terrorizza.
Cosa eravamo?
Come abbiamo potuto permetterlo?
Ascoltavano i Pink Floyd quei ragazzi, ascoltavano il primo Vasco, ascoltavano le stesse canzoni che ascoltavamo noi, dicevano le nostre stesse parole e facevano i nostri stessi sogni.
Ma erano solo canzoni, parole, sogni.
Nulla di materiale.
Nulla di reale.
Nulla di eterno.
A me, ancora dopo tutti questi anni, ogni tanto tornano in mente.
Mi viene da pensarci per qualche inutile secondo.
Mi viene da volergli bene.
Gli chiedo anche scusa, per quel cazzo che conta.
E buon anno.
Anche a loro.
“Can you hear me major Tom?”


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